L'esodo degli innnocenti

Probabilmente, quel giorno d’ottobre, i ragazzi del liceo classico di Cuneo non ci pensavano nemmeno più a ciò che era accaduto poco prima di imbarcarsi, al porto di Patrasso. Un episodio curioso, qualcosa da raccontare agli amici e ai familiari, al ritorno della gita in Grecia. Nient’altro. «E’ cominciato tutto all’improvviso, durante l’imbarco. – racconta uno degli studenti – In pochi secondi sono scesi dal muro di cinta decine di profughi, curdi o afghani. Poveracci che circondavano bus e camion appena arrivavano, tentando di infilarsi sotto o aggrapparsi. E’ successo anche col nostro mezzo. Le forze dell’ordine e il nostro autista li hanno allontanati. Ma non potevamo renderci conto di quanto stava accadendo». Probabilmente i ragazzi italiani non lo sapevano, ma episodi del genere accadono ogni notte. Gruppetti di 10-15 persone, tra cui molti adolescenti, lasciano la baraccopoli dietro il porto e scavalcano la recinzione di due metri, all’altezza del Gate7, correndo verso la seconda rete di filo spinato, che circonda il parcheggio dei camion. Si nascondono tra le merci o in basso, aggrappati al telaio. Prima che arrivi la polizia, altrimenti sono guai. A settembre del 2008, i militari hanno acciuffato un ragazzino che tentava di nascondersi in un camion. Non sono andati per il sottile: l’hanno immobilizzato con un pugno in faccia. Quel giorno, poi, volevano anche divertirsi, i due poliziotti. Così gli hanno puntato una pistola alla tempia gridando: «Ti ammazzo!». E hanno premuto il grilletto. Dopo la finta esecuzione, al ragazzo è stata domandata l’età: 14 anni. Solo allora l’hanno lasciato andare.

Probabilmente quando il bus, che dal porto di Ancona li stava riportando a Cuneo, si è fermato improvvisamente a Pesaro, gli studenti avranno pensato tutti ad un guasto. Probabilmente non sapevano di essere testimoni di una delle più grandi sciagure dell’immigrazione internazionale: la diaspora afgana. Una fuga disperata dalla guerra e dalla miseria, che parte da molto lontano, dai passi innevati sulle montagne di Van, in Turchia, e attraversa le onde del mar Egeo. Tutto questo per guadagnarsi un tentativo di espugnare la fortezza Europa. Una diaspora di cui si parla poco, perché non fa il clamore delle “carrette del mare” libiche che sbarcano a Lampedusa. Eppure ad Ancona, come negli altri porti dell’Adriatico, arrivano a decine ogni giorno. Da anni. Nascosti dentro i camion che a centinaia, ogni notte, si imbarcano sui traghetti che collegano Patrasso e Igoumenitsa all’Italia. Lasciano la Grecia perché in quel paese il tasso di riconoscimento delle richieste d’asilo è fermo al 2%, contro una media europea del 20%. E così scelgono l’Italia, spesso solo come passaggio verso il nord Europa: l’Inghilterra o i Paesi scandinavi. Quel giovane, poco più che ventenne, racconterà invece di essersi aggrappato sotto al telaio del bus perché ha riconosciuto, sulla targa, la sigla “TO”: Torino. Proprio la città del Piemonte dove abitano sua moglie e il suo piccolo bimbo. Un’occasione d’oro per raggiungerli. «Non sappiamo se è riuscito ad aggrapparsi al nostro bus già in Grecia o si è spostato da un altro mezzo durante il viaggio in mare – racconta uno studente – Comunque, fra le ruote della nostra corriera ha resistito più di un’ora. Il tragitto da Ancona a Pesaro». Quasi sessanta chilometri stretto tra l’asfalto e la pancia del mezzo, che frecciava ai cento all’ora sull’autostrada. Poi l’allarme. Alcuni operai di un cantiere, viste le gambe dell’uomo che spuntavano da sotto il pulmann, hanno iniziato a sbracciare verso l’autista, che fortunatamente li ha notati subito e ha accostato. L’uomo era allo stremo, nero in volto per la polvere e i gas di scarico, con gli abiti laceri, un paio di scarpe squarciate e uno zaino vuoto. Immediati i primi soccorsi, poi via in ambulanza. Pochi minuti e sarebbe crollato, rotolando in mezzo alla carreggiata. Pochi minuti e avrebbe fatto la stessa fine Khaled Araba Khail, un ragazzo di 15 anni a cui è andata peggio. Il suo sogno di una nuova vita si è infranto con una cinghia spezzata, che doveva tenerlo aggrappato al telaio di un camion. E’ morto così Khaled, maciullato dall’asfalto di un’austostrada vicino a Forlì, il 22 gennaio del 2008. Gli enormi sacrifici per compiere la traversata che dall’Afghanistan porta a Patrasso, in Grecia, infatti, non bastano. Bisogna rischiare il tutto per tutto, anche la vita. Tra i fortunati ci sono quelli a cui va bene, e quelli che vengono bloccati dalle forze dell’ordine. Dall’inizio del 2008, almeno 290 rifugiati sono stati intercettati sui traghetti nel porto di Bari. E altri 296 nel porto di Ancona, di cui 57 solo il 28 settembre. Sono soprattutto afgani e iraqeni. Molti i minorenni. Tutti rinviati in Grecia, sulla base di un accordo di riammissione tra i due paesi, nonostante le critiche dell’Alto commissariato dei rifugiati dell’Onu. Atene, secondo l’agenzia internazionale, non sarebbe in grado di garantire loro un’adeguata protezione. I minorenni non accompagnati da genitori sono poi inespellibili. Questa purtroppo rimane la teoria. In realtà, con buona pace del ministro Maroni, vengono respinti tutti, indistintamente. Ad esempio, un ragazzino afgano, Jumaa K., è stato rispedito in Grecia per ben tre volte, e una quarta ha rischiato addirittura la morte per asfissia nel vano di un camion. Gli sfortunati, invece, sono quelli che incontrano la morte. L’elenco è lunghissimo: lo scorso 31 luglio, ad esempio, sono stati ritrovati i corpi di 13 uomini, asfissiati lungo il tragitto che dalla Turchia li portava in Grecia. All’appello non mancano i più piccoli, come un adolescente afgano, classe 1992, trovato morto in un tir sulla nave Ionian Queen, appena sbarcata a Brindisi. A Venezia, invece, nel solo 2008 le vittime della traversata dalla Grecia sono già cinque. E la lista si allunga di giorno in giorno.

La diaspora afgana è una catastrofe silenziata, sconosciuta ai più. Gli italiani e i loro governanti, prima di approvare soddisfatti leggi che istituiscono reati come quello dell’immigrazione clandestina (che punisce una persona in base a ciò che è, e non a ciò che fa), dovrebbero confrontarsi con le tragiche vicende di queste persone, di questi esseri umani. Già, esseri umani. Come ciascuno di noi europei.

Oscar Borgogno (http://oscarborgogno.splinder.com/)